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di Francesco Comina

«Con Monsignor Romero Dio ha visitato il Salvador» disse prima di morire sotto i colpi dell'esercito il rettore dell'Università centroamericana (Uca) Ignazio Ellacurìa nel 1989. Una vita paradossale, quella di Romero. Una vicenda che spaventa e dà i brividi. Passa da posizioni tradizionaliste, normalizzatrici, bigotte - che catturano perfino le simpatie dell'oligarchia e dei militari quando viene nominato vescovo a Santiago de Maria - a una compromissione totale con le attese della povera gente. Nominato arcivescovo di San Salvador nel febbraio del 1977 in concomitanza con l'elezione del generale Carlo Humberto Romero, cambia completamente posizione. 

Scopre il popolo. E il pueblo lo converte. Monsignore, senza nemmeno volerlo, diventa il faro che illumina le tenebre. Il 13 marzo la mattanza entra anche nella chiesa. In una imboscata i militari ammazzano il gesuita Rutilio Grande - uno dei sacerdoti a cui Romero era più legato, un ragazzo di sedici anni e un signore di settanta. L'arcivescovo piange come un niño. Ma allo stesso tempo urla il suo sdegno, chiama a raccolta i poveri e impone la Misa unica da lui presieduta in cattedrale nella giornata in ricordo di Rutilio. Il nunzio lo critica, i confratelli vescovi lo isolano mentre alcuni amici lo invitano alla prudenza. Ma lui replica con forza: «Io sono l'arcivescovo! Stanno ammazzando i miei sacerdoti! Come posso accordarmi con persone tanto ciniche da telefonarmi per essere le prime a farmi le condoglianze per i crimini di cui hanno piena responsabilità?».

Da qui inizia la vera storia di Romero, quella che conosciamo meglio. Rivive, sulla propria pelle, l'isolamento drammatico del Cristo mentre l'ora del supplizio incombe. Più entra nella pelle del popolo e più viene emarginato. Monsignore è sottoposto a calunnie, insinuazioni, maldicenze. Viene deriso e screditato a Roma con missive che lo descrivono come un fanatico e un esaltato. Ma lui non si ferma. Le sue messe diventano delle grandi orazioni contro il potere che uccide, denuncia i soprusi, rende note le cifre dei massacri. La sua radio Ysax è l'unica fonte di informazione libera del Paese. I militari prima la sabotano e poi la bombardano. Lui stesso vola da una parte all'altra a benedire le vittime e soccorrere i feriti. Sposa totalmente la teologia della liberazione e alla Conferenza di Puebla del '79 ne è uno dei protagonisti. Dalla fine del '79 la situazione in Salvador precipita.

Romero è oggetto di continui attacchi e minacce di morte. Viene perquisito, controllato, pedinato. Il giorno prima di essere assassinato sfida frontalmente l'esercito con un appello vibrante che rimane come una delle pagine più gloriose dell'obiezione di coscienza: «In nome di Dio, in nome del popolo che soffre, i cui lamenti salgono fino al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi chiedo, vi supplico, vi esorto, vi ordino: cessi la repressione!». Il 24 marzo alla 18 Romero celebra una messa privata nella cappella dell'hospidalito  La sagoma di un uomo alto e magro entra improvvisamente dalla porta. Si siede in fondo alla chiesa. Estrae un fucile e spara. Proprio in quel momento Romero sta alzando il calice con il sangue di Cristo. Improvvisamente si sente un boato e si vede Monsignore cadere ricoperto delle ostie e del vino consacrati. Il 30 marzo, al funerale scoppiano tumulti e l'esercito spara. Rimangono a terra sessanta morti. La guerra civile in Salvador si chiude nel 1992 con i trattati di pace. Poco prima di morire Monsignore aveva detto: «Se mi ammazzeranno risusciterò nel popolo salvadoregno».