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di mons. Gianfranco Ravasi

"I poveri sono dappertutto e hanno il volto del Signore. Ci si può arrampicare sopra un sicomoro per vedere il Cristo che passa, non sulle spalle della povera gente, come fa qualcuno, per darsi una statura che non ha". Sempre intense e stimolanti sono le parole di don Primo Mazzolari (1890-1959), grande e sofferto testimone del cristianesimo in terra lombarda.

Ho riproposto una semplice riflessione desumendola dal suo commento al passo evangelico di Zaccheo, lo sfruttatore dei poveri convertito da quel Cristo che egli, per curiosità, era andato a vedere per le strade di Gerico, salendo su un sicomoro per meglio fissarlo (Luca 19, 1-10). Ebbene, proprio quell'albero semitropicale diventa agli occhi di don Primo un simbolo: su di esso ascende Zaccheo e quella decisione si rivelerà salvifica.

Non così, ad esempio, farà il poeta Montale quando confesserà: «Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro / per vedere il Signore / se mai passi. / Ahimé, io non sono un rampicante, / ed anche stando in punta di piedi, / io non l'ho visto».

Don Mazzolari, però, fa riferimento ad un altro arrampicarsi, quello che ha dato origine proprio al termine spregiativo di "arrampicatori" sociali, coloro che non badano a nessuno e, senza decenza e umanità, prevaricano sugli altri, usandoli e gettandoli via per raggiungere i loro scopi e il loro successo. Il loro sicomoro è fatto di creature più deboli sulle quali essi si insediano per salire più in alto e dominare, illudendosi così di essere più gloriosi e baciati dalla fama.

Un po' tutti dobbiamo riconoscere di avere qualche volta nella vita approfittato di una persona più semplice, di aver violato la dignità altrui per esaltare la nostra. In quel momento, colpendo il fratello più debole, abbiamo schiaffeggiato Dio stesso, suo difensore.

 

(Mattutino, in «Avvenire» del 10/3/2004)