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Per vivere la carità è necessario esercitarsi nell’arte del guardare. Arte per la quale l’insegnamento di Gesù è quanto mai prezioso. Gesù: un uomo che, stando alla testimonianza dei Vangeli, ha mostrato una straordinaria capacità di visione, e dunque di azione, per il bene dell’altro, per la vita e non per la morte. Dice bene don Angelo Casati: «Il Vangelo, se letto nella sua verità, diventa un’educazione a ‘vedere’». Vedere è quindi il primo atto della carità, ciò che può smuovere una carità autentica. Una carità che emerga come esigenza profonda, piuttosto che come imperativo etico. La responsabilità del vedere, del non chiudere gli occhi, del non occultare, a rischio anche di scandalizzare. 

I numeri non commuovono, i nomi neppure, i volti sì! Dunque la responsabilità di vedere, ma anche di aiutare a vedere è compito della  carità. Carità è aiutare a vedere, a distinguere, a discernere, a dare un nome alle cose e agli eventi; e credo che compito dell’azione caritativa della Chiesa sia anche quello di indurre a vedere, prima e accanto al soddisfare bisogni quanto mai concreti e urgenti. Aiutare a vedere innanzitutto tramite un’informazione che sia il più possibile obiettiva e non strumentale; e poi, soprattutto, aiutare a posizionare lo sguardo nella giusta prospettiva.