Calendario

Novembre 2018
L M M G V S D
29 30 31 1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30 1 2

Accesso Utenti

di Ermes Ronchi

Vorrei mantenere sullo sfondo la parabola della zizzania e del buon grano. Questa parabola mi ha cambiato la fede e la vita. Avvenne in un lontano corso di esercizi spirituali al liceo tenuto da uno dei grandi mistici del Novecento, Giovanni Vannucci. Il messaggio finale che ci trasmise era questo: venerate il positivo che è in voi, venerate tutti i germi divini seminati in voi, fate che erompano in tutta la loro potenza, bellezza, energia, e vedrete le tenebre scomparire e la zizzania soffocare, senza più terreno, senza più respiro.

Padre Giovanni ci spiegava che lo sguardo di Dio si posa sul buon grano, che per il padrone del campo una spiga di buon grano vale più di tutta l’erba cattiva. Così Dio ci dice “non strappate la zizzania”, perché rischiate di strapparmi le spighe: la fede cristiana non deve quindi essere centrata sul paradigma del peccato, ma sul paradigma della pienezza e della fecondità. All’epoca noi in seminario facevamo l’esame di coscienza tutte le sere; e padre Vannucci ci diceva: il vero esame di coscienza non è quello negativo dei difetti e delle colpe, ma quello positivo. La domanda da farsi non è cosa ho fatto di male, ma cosa ho fatto di bene: ho dato qualcosa alla vita, ho coltivato il mio campo di grano, i germi di luce che la mano di Dio ha seminato in me? Di qui la domanda: chi sono io per Dio? Io non sono la zizzania del mio campo, ma il mio buon grano. Io non sono i miei limiti, ma le mie maturazioni, non i miei difetti, ma le mie potenzialità, i miei talenti, le mie risorse e nessuno ne è privo perché la mano di Dio non è la mano di un cadavere, ma di un vivente.

Secondo passo. Noi camminiamo nella vita chiamati dal domani. Per capire meglio mi appoggio al primo libro della Bibbia: Dio creò l’uomo e lo pose in un giardino perché lo coltivasse e lo custodisse. Il giardino dell’Eden è dentro ciascuno di noi, non è nostalgia ma progetto, non è nel passato, ma nel futuro. E mettere l’uomo nel giardino significa offrirgli le migliori possibilità. E in questo spazio il primo verbo che Dio impiega nel dialogo con l’uomo è: “voi potete”. E il primo verbo che Eva utilizza nel suo dialogo con il serpente è “Noi possiamo mangiare”. La Bibbia ci ricorda con il primo verbo, “tu puoi”, che il senso della vita è una potenzialità, è uno sviluppo, un crescere. Invece il serpente usa come primo verbo “è vero che non dovete mangiare” e presenta il rapporto con la vita come una trappola di divieti. Dio e l’uomo impiegano come primo verbo quello che indica un sì alla vita, il nemico usa quello del divieto, un no alla vita. L’uomo è figlio di una addizione, non di una sottrazione, “voi potete”, certo c’è anche la proibizione, il divieto è importante, ma è secondario, è nella proporzione di uno a mille. Ciò che Dio dice con il primo verbo sono le parole che rivelano ciò che è l’amore vero: il solo amore vero è quello che ti obbliga a diventare il meglio di ciò che puoi diventare.

L’amore di Dio non trattiene, tende i suoi figli come frecce al suo arco e li invia verso il domani, inviati, ‘apostoli’, cioè frecce all’arco di Dio. E qui intravedo già una parte della mia identità: noi siamo al mondo non come esecutori di ordini, ma come inventori di strade.” 

(dedicato ai nostri giovani al termine del Sinodo)