Comunità Parrochiale in ascolto: il questionario per i 400 anni

1618-2018: 400 anni della nostra comunità parrocchiale

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(omelia tenuta nella nostra parrocchia da Mons. Mario Delpini nella notte di Natale del 2016)

  1. Il mondo è stato fatto per mezzo di Lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto.

Non si può negarlo: il mondo vive, il mondo brulica di notizie e di novità, di emozioni e di passioni. Vive il mondo: si agita, si esalta, si deprime, si arrabbia. Vive il mondo: costruisce e demolisce, si spinge con audacia verso orizzonti inesplorati e si ripiega scoraggiato sulle banalità e sui luoghi comuni, sulle abitudini rassicuranti e su vergognose ostinazioni.

Vive il mondo: ma non sa. Vive senza sapere perchè. Vive senza sapere da dove viene e dove va. Vive e non vuole farsi domande troppo difficili: gli bastano le domande quotidiane: “quanto costa? Cosa fai stasera? Come si cura questa malattia? Come funziona questa nuova macchina?” Vive persuaso di dover morire, rassegnato a finire. Vive e non sa che senso abbia vivere. Vive di allarmi e di paure, di illusioni e di delusioni, di attese frustrate e di entusiasmi provvisori. Vive di innamoramenti tempestosi e di amori stanchi. Vive di desideri e di passioni, di pretese e di prepotenze. Vive e si vergogna di fantasticherie inconfessabili e di meschinità che non vuole riconoscere e non sa correggere. Vive il mondo; vive e sopravvive.In questo vivere confuso e contraddittorio veniva nel mondo la luce vera: è quindi apparsa una luce, si è resa disponibile una risposta alle domande inquietanti, si è proposta una direzione, un senso alla vita. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di Lui: si è quindi reso possibile comprendere l’origine e la vocazione di ciò che è stato creato, una luce è brillata per indicare la direzione da seguire, per dare pace alle inquietudini, dare conforto alla desolazione, dare grazia di comunione alle solitudini.

Veniva nel mondo la luce vera… eppure il mondo non ti ha riconosciuto. Venne tra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. Il mondo visitato dalla luce ha preferito le tenebre. Piuttosto che riconoscere in Gesù la luce il mondo ha detto: “Ma no, noi preferiamo le tenebre! Non venire con la tua gioia, noi preferiamo la tristezza!  Non seminare la speranza.  Preferiamo la disperazione! Non disturbare la nostra rassegnazione, non vogliamo la tua vita, preferiamo la morte! E’ troppo bello il tuo vangelo, è una notizia troppo buona per poter abitare sulla terra: preferiamo le cattive notizie e pensare che la vita sia brutta!”.I suoi non lo hanno accolto: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato di più le tenebre che la luce (Gv 3,19).

 

  1. A quanti però lo hanno accolto….

Vive quindi il mondo, vive e fa a meno della luce. Noi però vegliamo nella notte perchè l’annuncio che viene il Signore, colui che ha fatto ogni cosa, colui che conosce il principio e la fine, colui che indica il senso della vita e che vince la morte, ecco questo annuncio ci ha persuasi ad ascoltare, ad accogliere, a credere. A un certo punto abbiamo alzato la testa tra una folla che si ostina a camminare a testa bassa, abbiamo teso l’orecchio, in mezzo a una folla che si tappa le orecchie con le musiche e le banalità. Abbiamo alzato la testa e abbiamo visto la luce, abbiamo teso l’orecchio e abbiamo ascoltato la voce. E abbiamo cominciato a pensare: “Ma allora quella intuizione che sia possibile essere felici non è una illusione per chi crede alle favole! Ma allora quella sete che sento dentro di una risposta alle mie domande, di una compagnia per la mia solitudine, di una speranza per la mia vita non è una sete che mi divora e mi consuma, ma è una invocazione che può trovare la sorgente dell’acqua viva!”.

Ecco: noi vegliamo nella notte perché abbiamo creduto che la notte sta per finire, noi coltiviamo la speranza, perché abbiamo creduto che la disperazione non è obbligatoria, noi cerchiamo la verità del nostro vivere e il senso del nostro amare, perché abbiamo creduto che non siamo destinati alla confusione e che una verità che si rivela non è un insulto all’intelligenza, ma piuttosto la sua esaltazione.