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di Annamaria Braccini

Le nostre comunità «forse contagiate dallo spirito mondano, talora pongono un’enfasi sproporzionata sul percorso che aspetta i ministri ordinati come se avessero rinunciato a chi sa che cosa e dicono: “Che coraggio! Aveva un lavoro, aveva una prospettiva promettente, aveva delle possibilità affascinanti. Ha lasciato tutto per dedicarsi alla missione”. E per questo mettono il diacono al centro della festa». 

L’invito è agli ordinandi stessi a non credersi il centro della casa, della comunità, ma annunciatori di festa.«Avendo scelto di essere diaconi quindi servi, la prima parola che essi dicono alla comunità diocesana è: non fate festa per noi, non metteteci al centro dell’attenzione, non esponeteci alla tentazione di montarci la testa. Non siamo noi i festeggiati, noi siamo solo dei servi alla festa del Padre che accoglie il figlio che era perduto, noi che siamo incaricati di rendere festosa l’umanità che si è rovinata, per restituire ai suoi figli la loro dignità e renderli partecipi dei beni della sua casa».


Insomma, servi che si sentono coinvolti nella gioia del Padre, che ne condividono i sentimenti, che «si rallegrano di una vita salvata, perché hanno condiviso il dolore del Padre per una vita che sembrava perduta». Un sentimento, quindi, da condividere e che si fa compassione nel suo significato etimologico: «Abbiate compassione per quelli che hanno perso la strada di casa, per chi ha perso le sue cose e infine corre il rischio di perdere se stesso. Abbiate compassione dell’umanità desolata, che vive lontano da Dio, dell’umanità gaudente che vive lontano da Dio, dell’umanità arrabbiata che vive lontano da Dio e si immagina un Dio che vuole trattare come servi quelli che sono i suoi figli. Abbiate compassione e guardate attorno, a tutta l’umanità».


Stringente il monito dell’Arcivescovo alla sua prima Ordinazione da lui presieduta: «Fate festa per ogni vita salvata. Fate festa, non calcoli, non solo programmi e statistiche, non solo appelli e denunce». Il pensiero torna alla pagina evangelica per un terzo auspicio e monito: saper indicare al mondo, che sembra averlo perduto, il senso vero della «gioia del padre che si manifesta nella festa grandiosa: il vestito più bello, l’anello, il vitello più grasso. Non è l’ostentazione dello sperpero, piuttosto è l’arte di fare festa. Indicatelo a una società che sembra aver dimenticato il segreto della festa».


«L’abito più bello, l’anello, i sandali ai piedi, il vitello grasso contribuiscono a restituire dignità al figlio rovinato. In questa nostra città della moda si deve forse ricordare che l’abito più bello non è quello più costoso o più strano o più seducente, ma è quello che meglio custodisce la dignità della persona e l’anello al dito non è l’ostentazione della ricchezza, ma il segno della nobiltà dell’essere figlio del Padre e il vitello più grasso non è l’esagerazione dell’ingordigia, ma la possibilità di ospitare molti intorno alla mensa.
imparate e custodite l’arte di fare festa, cioè la cura per la dignità di ogni persona, anche di chi torna a casa con i vestiti logorati dalla vita sbagliata e con i piedi nudi per un troppo lungo e sconclusionato andare».                                                                                        

(da www.chiesadimilano.it)