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di Giampiero Rossi

Domenica pomeriggio il nuovo arcivescovo, Mario Delpini, farà il suo ingresso in città. Il successore del cardinale Angelo Scola ricopre già ufficialmente l’incarico dalla mattina del 9 settembre, ma quella cerimonia solenne, che rimanda a tempi lontani, segna davvero l’inizio dell’episcopato. La nuova guida della chiesa ambrosiana partirà dalla Basilica di Sant’Eustorgio, alle 16, e alle 17 arriverà sul sagrato del Duomo, dove lo attenderanno le istituzioni ecclesiastiche e civili, per poi presiedere il pontificale nella cattedrale.

Le prediche sullo zio

Nel frattempo, tuttavia, monsignor Delpini — o «don Mario» come ancora qualcuno lo chiama e a lui non dispiace affatto — ha già iniziato a farsi conoscere per la sua ironia tagliente e per la sua attitudine a battute e frasi capaci di sintetizzare un pensiero e a rimanere impresse. Il suo predecessore Scola sorride divertito ogni volta che il discorso cade su Delpini: «Ah, vedrete...», dice sornione, per poi spiegare che oltre a parlare «greco e latino alla perfezione», il nuovo arcivescovo riesce spesso a sorprendere. A partire dalle prediche in cui, raccontando aneddoti che spesso riguardano una «zia» vera o presunta, riesce a catturare l’attenzione di ragazzini cresimandi e di anziane signore alla prima messa del mattino. In vista del suo insediamento Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, pubblica un volumetto che raccoglie una serie di articoli scritti da monsignor Mario Delpini per il settimanale Milano Sette e che, riletti insieme, danno forma al Vocabolario della vita quotidiana secondo il nuovo arcivescovo di Milano. Il libro, che sarà in vendita da domenica 24 settembre come supplemento al giornale, è una raccolta di scene di vita parrocchiale attraverso le quali Delpini descrive — senza lesinare ironia — vizi e virtù dei cattolici: dai preti ai fedeli alla messa domenicale.

La Maria «tencia»

Nei racconti aneddotici del nuovo arcivescovo la quotidianità, anche all’interno del perimetro di una parrocchia, è costellata di umane debolezze raccontate in modo da strappare un sorriso. Come l’abitudine della Maria «tencia» — raccontata nel capitolo intitolato «Parlare» — di spettegolare sui guai che la gente le racconta prima e dopo la messa; perché «il significato cristiano del parlare», secondo Delpini, dovrebbe essere «l’edificazione» e quindi l’invito è: «Fa’ in modo che chi ti ascolta si senta aiutato a diventare migliore. Per il resto, se anche stai zitto, l’umanità ti sarà grata». Oppure, alla voce «Collaborare», si racconta del Peppino, sacrista brontolone che si lamenta perché non c’è «nessuno che dia una mano» ma poi non delega nulla e non intende lasciare spazio ad altri. La conclusione dell’arcivescovo è: «Se vuoi che entri in casa tua un collaboratore almeno apri la porta».

La Pina e il perdono

Alla voce «pregare», monsignor Delpini racconta della signora Pina, detta «pregona» perché è sempre lei a guidare il rosario e tutte le altre preghiere. «Voglio bene alla Pina pregona perché tutto sommato è simpatica e zelante— è la conclusione del racconto — ma chi avrà il coraggio di spiegarle la differenza tra “dire le preghiere” e “pregare”?». E con lo stesso sarcasmo l’arcivescovo dipinge alcuni prototipi di fedeli che «pare abbiano dimenticato qualche frase del Vangelo. Per esempio quella che dice “non per farsi servire ma per servire”». Certo, per tutti c’è il perdono, ma anche su questo Delpini bacchetta i suoi fedeli che condizionano il perdono alle scuse: «Faccio fatica a immaginare che Gesù in croce abbia verificato le scuse della folla ostile, prima di pregare “Padre, perdona loro...».

(da www.corriere.it del 20 settembre 2017)