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di mons. Mario Delpini

1. Non è la stessa cosa leggere un titolo del giornale e ascoltare il discorso di un padre.

I giornali riducono un discorso a un titolo, imprigionano una persona in uno slogan, riassumono una storia in una battuta. Forse sono costretti a fare così, perché i giornalisti devono scrivere di fretta, trovare frasi ad effetto per attirare l’attenzione, dare l’impressione a chi legge di aver capito tutto e d’essere aggiornato, anche se  non sa niente.

Così capita che Papa Francesco sia citato da tutti in quel modo sbrigativo e superficiale di chi ha trovato la frase che dà ragione alle proprie idee o conferma i suoi pregiudizi. Invece dei titoli del giornale, preferisco ascoltare un discorso per intero, lasciarmi incantare dal suo accento argentino, sorprendermi per immagini e battute folgoranti che comunicano una passione, una gioia, uno sdegno, lasciarmi commuovere dai suoi gesti. Per questo attendo la visita di Papa Francesco come una grazia di Dio: ha qualche cosa da dirmi, da dire alla Chiesa di questa terra, ha un richiamo per sorprendermi, ha un gesto di tenerezza per incoraggiarmi. Sarebbe bello che dalla testimonianza di Papa Francesco la nostra Chiesa si sentisse come invasa da una gioia inaudita, da una rinnovata giovinezza, da una disinvoltura inconsueta nel mettere mano all’impresa della riforma della Chiesa e alla responsabilità di aggiustare il mondo.

2. Non è la stessa cosa essere toccato da un’emozione e lasciarsi convincere alla sequela del Signore.

Non sono a caccia di emozioni, non spero di essere “più vicino” per poter dire: “gli ho stretto la mano!”; non mi porto il cellulare sperando in una occasione per catturare una immagine memorabile. Non si può vivere un momento come quello che ci regala Papa Francesco senza una emozione profonda. Ma una cosa è consumare tutto in una emozione, altra cosa è lasciarsi contagiare dalla sua fortezza, disporsi con docilità ad accogliere il magistero, celebrare con gratitudine la grazia di essere Chiesa fondata sulla roccia, condividere la parola audace che contesta le idolatrie e la disperazione.Per questo attendo la parola di Papa Francesco per Milano e per le terre di Lombardia, come la grazia che conferma la fede, suggerisce passi di conversione, propone percorsi di riforma. L’emozione contagia facilmente la folla, la decisione di prendere sul serio il Vangelo per orientare il cammino verso il Signore è meno clamorosa, ma più necessaria.

3. Non è la stessa cosa guardare la televisione e partecipare all’evento.

Abituati ad essere spettatori di tutto, rischiamo di non partecipare a niente. Ci saranno quelli che mentre rivolgono di tanto in tanto uno sguardo allo schermo, rispondono al telefono, mettono in forno la teglia delle lasagne, stirano la biancheria e imprecano contro il figlio liceale che riduce la sua stanza a una discarica. Mentre guardano la televisione, talora cambiano canale per non perdere il filo di un’altra storia. La ripresa televisiva è professionale e impeccabile. Ma quello che capita, che sia il grande evento o un fatto di cronaca tanto particolare da essere insignificante, tutto è ridotto ad immagini che scorrono: passano via e non lasciano traccia; passano via e sono già dimenticate; passano via e quello che è veramente interessante è quello che viene “dopo”.La presenza all’evento, invece, inserisce in un popolo, rende partecipi di un fremito, coinvolge in un coro. Il tempo, anche quello della pazienza per l’attesa, anche quello del silenzio vissuto in preghiera, anche quello della stanchezza di stare in piedi, è la via che percorre il mistero per segnare la carne e, attraverso la carne, toccare l’anima. Il luogo, anche il luogo occupato dall’altro, dagli altri che guardano tutti nella stessa direzione, è la casa in cui dimora la presenza che convoca i molti e costruisce la comunione.L’esultanza dell’acclamazione, la celebrazione del mistero, il silenzio della preghiera, è il concedersi della comunione dei santi per alimentare la speranza.L’essere insieme, forse tra sconosciuti, migliaia di volti in ordinati percorsi, prontezza dello slancio che dà una mano a chi inciampa, ovvia disponibilità a spingere una carrozzina, facilità di sorrisi, dà vita a un “sentirsi Chiesa” che non ha bisogno di tante parole e di tante spiegazioni. Per questo attendo la celebrazione della Messa con Papa Francesco come un accadere che irrompe in una data di calendario e fa di un giorno qualsiasi un appuntamento desiderato, di un accorrere di gente una comunità radunata, un popolo numeroso che professa la sua appartenenza al Signore, di un pomeriggio di primavera una data memorabile. Il singolare privilegio che Papa Francesco ha voluto riservare per la Chiesa di questa terra è una grazia che ci interroga. Non credo che l’intenzione del Papa sia di dare argomenti alla presunzione di coloro che fregiandosi del motto dell’humilitas  sono inclini a vantarsi di ogni cosa. Forse è, piuttosto, una vocazione a una nuova missione.